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L’URGENZA DEL “DIRE”. Breve riflessione su “ZINC (ZN)” DI EIMUNTAS NEKROSIUS


 di Antonio Tedesco



Forse non è facile da decifrare così, ad un primo impatto e richiederebbe ulteriori visioni. Forse alcune simbologie restano oscure. Forse a tratti, al contrario, può dare l’impressione di esprimersi con eccessiva ingenuità per essere l’opera di un grande e riconosciuto maestro.

Ma succede spesso agli artisti nella fase matura della propria carriera, di avvertire con forza l’urgenza di comunicare i contenuti in maniera più immediata e diretta possibile. Anche a rischio di sembrare troppo facile e scontato nelle forme.

Zinc, lo spettacolo di Nekrosius, andato in scena al Teatro Politeama di Napoli il 9 e 10 giugno per il Napoli Teatro Festival Italia

si organizza su tre livelli che si stratificano l’uno sull’altro amalgamandosi in un unico, coerente, discorso.

Il primo è appunto la messa in scena teatrale, intesa come processo creativo che trasforma gli elementi successivi – testuali e “fattuali”- in azione scenica, ovvero, li “contiene” e gli dà forma.

Il secondo (elemento testuale), sono i romanzi-reportage di Svetlana Aleksievic, Ragazzi di zinco e Preghiera per Chernobyl, sui quali il suddetto processo creativo si basa, rielaborando i testi stessi in linguaggio teatrale, dove ad azioni sceniche quasi coreografate si alternano lunghi monologhi che assumono il valore di schiaccianti testimonianze. La stessa scrittrice (interpretata da Aldona Bendoriute) è presente sulla scena a rappresentare la sua scrittura. A compiere materialmente, in termini di azione teatrale, il suo strenuo e doloroso lavoro di ricerca. A scavare con sofferta partecipazione nelle cicatrici che i “fatti” hanno lasciato nella vita delle persone che sulla propria pelle li hanno subiti. La forza e il “peso” di tali testimonianze da lei raccolte, è simboleggiata da un grosso registratore che la stessa scrittrice trascina faticosamente sulla scena. Un contenitore di voci che racchiudono indicibili sofferenze. “Urla dal silenzio” di un potere che cerca di nascondere e insabbiare le conseguenze delle proprie azioni. E per le quali la scrittrice stessa subirà un processo che in scena assume tutta la sua grottesca incongruenza presentandosi sotto forma di partita di calcio con tanto di tifo organizzato dagli spalti. La tragedia come possibile variante di spettacolo popolare.

Il terzo elemento: i fatti. Gli eventi drammatici raccontati nei libri della Aleksievic. La lunga guerra in Afghanistan, prolungatasi per tutti gli anni Ottanta del Novecento che costò decine di migliaia di morti tra i militari sovietici, rimpatriati, appunto, nelle casse di zinco, e la tragedia di Chernobyl, con le immani conseguenze dell’incendio di un reattore nucleare. Il nucleo centrale, di cui le successive rielaborazioni in forma letteraria prima e teatrale poi, si fanno testimonianza e denuncia umana e civile. La presenza in scena del personaggio della scrittrice, come persona che assume su di sé, sul suo corpo (e nel corpo della sua scrittura) le espressioni di quella sofferenza, imprime un valore umano profondo, un senso di partecipazione che non si cela dietro lo schermo della parola scritta ma diviene concreta condivisione del dolore. Racchiudendo, forse, sotto forma di alter ego, anche la figura del regista stesso. Come a dire che l’arte non può e non deve essere un “a parte” o un altrove ma deve partecipare alla sofferenza del mondo per poterla esprimere e riscattare. L’artista è oltre la cronaca. Non sono i fatti in sé che vuole rappresentare, ma le loro conseguenze, i riflessi dolorosi e tragici che hanno avuto nella vita delle persone che li hanno subiti.  E che qui si esprimono attraverso monologhi strazianti, ma spesso anche incongruamente spiazzanti nelle reazioni soggettive ad eventi fuori da ogni possibile controllo da parte dei singoli individui. Esseri umani schiacciati, calpestati e travolti dalla storia, o meglio dal potere e da chi lo gestisce.

Uno spettacolo che, a distanza di alcuni decenni dai fatti, è anche un modo per riaffermare le ragioni dell’umanità contro le ulteriori offese dell’oblio. Per rimuovere la sabbia (radioattiva?) che offusca la memoria. E che forse (vivaddio) potremmo ancora definire “di denuncia”. E nel quale la forza dei contenuti plasma anche qualche smarrimento nelle forme.





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